Recensione del “Ragazzo di Trastevere” e risposta del Regista

Quella vita allo sbando in anticipo su Pasolini

di Enrico Fiore

(articolo pubblicato su Controscena il 18 febbraio 2015)

In fondo, la recensione di questo spettacolo – «Ragazzo di Trastevere», presentato nel Ridotto del Mercadante nell’ambito della rassegna «Storie naturali e strafottenti» dedicata alle opere di Giuseppe Patroni Griffi – l’ha già scritta l’adattatore del testo originale e regista, Giuseppe Sollazzo: non solo mette sulla prima pagina dell’adattamento la celebre fotografia con Totò e Ninetto Davoli tratta da «Uccellacci e uccellini», ma, soprattutto, nelle note di regia dice che quella di Patroni Griffi è «una scrittura che ha la forza di un linguaggio che parla della vita, senza essere il linguaggio della vita». E specifica che si tratta di «un linguaggio alto, letterario».
Il riferimento a Pasolini serve a sottolineare, giustamente, che Patroni Griffi affrontò con notevole anticipo (il racconto «Ragazzo di Trastevere» è del ’51) i temi portanti di «Ragazzi di vita» (1955) e «Una vita violenta» (1959): qui, infatti, si narra la vicenda di un Otello che strappa la giornata prostituendosi con ricchi omosessuali; mentre il discorso sul linguaggio chiama ancora una volta in causa un problema su cui sono costretto a tornare perché Luca De Fusco, in quanto ideatore della rassegna in questione, persiste nel tentativo, quasi sempre destinato al fallimento, di trasferire la letteratura sul palcoscenico.
Tanto per fare solo un esempio, vorrei che qualcuno mi spiegasse com’è possibile riprodurre a teatro l’atmosfera che, in «Ragazzo di Trastevere», determina il brano seguente: «Un rosa autunnale d’alba, li vide al porto, sulle banchine violette, battute da arcobaleni di nafta; il piroscafo grigio a chiazze mimetiche, illividiva, spandendo in echi lo squillare dei passi sulle lamiere». E com’è possibile, poi, anche soltanto evocare il silenzio, «ritrovato e non cercato», che avvicina Otello alla madre dinanzi al fratello più piccolo febbricitante per il tifo?
«Dovete attendere che passi la nottata», ha detto il medico di Patroni Griffi nell’eco di Eduardo. Ma, rispetto a suggestioni del genere, che solo la parola scritta è in grado d’innescare, l’adattamento di Sollazzo non può che ridursi alla distribuzione fra gl’interpreti in campo (Anna Ammirati, Davide Paciolla e Michele Costabile) di brani del testo originale, il cui attacco è invece affidato alla voce registrata di Mariano Rigillo.
Per il resto si accumulano, contraddittoriamente, i segni di uno straniamento ironico (vedi la pioggia fatta con l’innaffiatoio o il «chicchirichì» del gallo imitato da Otello o il Pinocchietto rosso che prende il posto nel letto del bambino malato) e quelli di un realismo spicciolo (vedi l’italiano parlato dai militari americani). Fino a un nudo maschile e a un rapporto orale fra uomini di cui, ovviamentre, in Patroni Griffi non c’è traccia.


Risposta del Regista Giuseppe Sollazzo

L’altra sera, dopo aver letto la stroncatura del cronista de “Il Mattino”, torno a casa triste e avvilito, con l’unica compagnia di una bottiglia di Falerno del Cav. Moio. Alla mia fidanzata dico di non fare domande e di tornarsene per un po’ dalla mamma. Voglio restare solo a meditare sui miei errori. Sulla possibilità di cambiare mestiere. Al secondo bicchiere di Falerno si materializza all’improvviso una nuvoletta di fumo. Dietro al fumo, un paio di occhiali spessi come fondi di bottiglia, dietro gli occhiali, gli occhi arzilli di Giuseppe Patroni Griffi che mi guardano divertiti. “Maestro!” esclamo con la bocca già impastata di Falerno. “Qua’ maestro! – Chiammeme Peppino! Nun me so’ fatto chiamma’ maestro in vita figurate mò, che stongo ccà”. Resto senza parole, e cerco di capire se sogno oppure no. “E poi pure tu te chiamme Peppino, no?” “Sì” balbetto, in verità tutti mi chiamano Peppe, qualcuno addirittura Giuseppe, ma mi guardo bene dal dirglielo. Intanto la sigaretta continua un andirivieni veloce dalla bocca di Giuseppe Patroni Griffi, dalla quale escono volute di fumo sempre più dense. “Ricordati una cosa – continua il maestro con quella sua voce di napoletano antico, arrocchita dal fumo – il critico, come il cliente, ha sempre ragione”. “Pure il critico in malafede? – gli rispondo immediato – il giornalista de “Il Mattino” è venuto a teatro con un pregiudizio: non condivide il progetto del direttore del Mercadante di portare la letteratura a teatro! ” Il maestro esplode in una risata fragorosa che fa svegliare di soprassalto Menelao, il mio gatto, che si gonfia d’un colpo come un istrice. “Non è possibile – continua senza smettere di ridere – che abbia potuto dire una cosa del genere. E cosa si deve portare in teatro se non la letteratura? Eschilo non lo ha fatto con Erodoto? E Shakespeare?”. Confortato dal vino e dalla risata del maestro, continuo: “Ma poi che significa? Si può criticare la casa di un architetto, ma non il fatto che la progetti! E poi non è una delle possibilità del teatro quella di contribuire alla diffusione delle idee, alla libera circolazione dei mondi visionari dei poeti? Le parole alate dei poeti hanno diritto di cittadinanza su tutti i palcoscenici del mondo! E allora Leopardi? Dante? – un’ affermazione del genere è roba dell’altro mondo!”, concludo in un crescendo rossiniano. “E’ roba di questo mondo!” mi corregge il maestro. “Scusate Maestro…” “Nun me chiammà Maestro t’aggio ritto! Me chiammo Peppino! E’ roba di questo mondo, pecchè io stongo ccà ncoppa…” “Va be’ ma io devo dire roba dell’altro mondo perché io sto ancora qua..” “Per adesso…tutte quante ccà avite venì!”. Non visto eseguo freneticamente tutti i rituali scaramantici previsti in casi del genere. Il maestro, cioè Peppino, continua con tono zen: “Tutto ciò che succedde laggiù è roba di questo mondo”. Annuisco facendo finta di capire e continuo la mia arringa, felice di aver trovato un’ombra illustre con cui sfogarmi. “Poi ha scritto che il mio adattamento si riduce alla distribuzione fra gl’interpreti del brano originale! Capite Peppino? L’adattamento scenico è una faccenda privata mia e degli attori! Certo che ho distribuito i brani del racconto originale, cosa avrei dovuto distribuire le battute di Siani? Dei baci perugina? Ma poi non si può giudicare un adattamento scenico! E’ come giudicare un film leggendo la sceneggiatura! Vi pare? Non dice nulla dei costumi delle luci delle scene delle musiche! Il teatro non si rivela solo attraverso il testo ma con tutta una serie di linguaggi che un critico lucido dovrebbe raccontare, invece questo capoclasse non è mai entrato nel merito dello spettacolo…” Nonostante l’ora tarda, nu pianoforte sona luntamente… Il maestro sussurra: “M’abballo chistu tango e po’ me sparo”. Continuo imperterrito: “…. Ha criticato l’italiano parlato dai militari americani, è vero, lo confesso, questo lo potevo evitare! Ma l’attrice è così contenta di recitarlo, e poi è così deliziosa quando parla con quel finto accento italo-americano. E comunque stiamo parlando di un dialogo di tre minuti tre! Su 75 minuti di spettacolo! E’ un giornalista che ha cercato il pelo nell’uovo!”. Ancora il maestro: “E come quel tipo che guarda la piuma storta sul cappello di Amleto mentre questi recita essere o non essere! M’abballo chistu tango e po’ me sparo, Sì, aggio fatto ‘a zoccola ma sempe c’’a gente per bene…”. “Sapete come conclude il suo pezzo?” Il maestro è ormai una nuvola di fumo parlante: “Nu Milanese fa na cosa? Embe’ tutta Milano: – Evviva ‘o Milanese! E ‘e trombe ‘e ll’ate squillano: “Tetèee!” Riconosco la citazione ma non dico che si tratta di Campanilismo di Viviani, l’ultima cosa che voglio è rischiare di passare anch’io per un primo della classe… Scusate Peppino ma qua devo citare con le virgolette: “… fino a un nudo maschile e a un rapporto orale fra uomini di cui, ovviamente, in Patroni Griffi non c’è traccia.” Dietro le lenti gli occhi del maestro ridono: “Quanta juoche, ma quanti facimmo int’’a stu lietto.” “Maestro vi ricordate che il nudo maschile e il coito orale nel racconto ci sono?” “Ma tu che buo’ a me a chest’ora? M’abballo chistu tango e po’ me sparo”. “Guardate maestro – prendo il racconto e lo apro a pagina 90 – all’ottavo rigo partendo dall’alto si legge: ‘Fiocca si drizzò appoggiandosi ai cuscini e rimase nudo sino alla cintola’ e più avanti sempre a pag. 90 al quintultimo rigo: ‘Non parlarono più. Fiocca gli sganciò quanti bottoni aveva. Otello, semivestito, se ne stava come un baccello aperto con i frutti in mostra, sdraiato, le mani incrociate sotto il capo, gli occhi rivolti al soffitto, indifferenti… Fiocca si dibatteva ridicolmente contro una porta chiusa. – e più avanti ancora: ‘Fiocca si rivoltò nudo e sbavato, simile a una lumaca, con occhi iniettati di sangue’. “Quindi come vedete o si tratta di malafede o di superficialità!” – esclamo vittorioso come James Stewart nel film di Otto Preminger, quando davanti alla corte porta la prova decisiva che salva l’imputato dalla pena di morte. Dal fumo emerge una voce: “..’e cammurristi, ‘e stuppoli nun l’aggio potuti abbere’”.
Ormai stremato racconto a me stesso un ricordo degli anni ottanta, quando due grandi critici come Ugo Volli e Roberto de Monticelli, recensirono uno Shakespeare presentato dal Collettivo di Parma: Volli su Repubblica esaltò la regia, de Monticelli sul ‘Corriere’ la stroncò. Entrambi avevano ragione. Perché i loro articoli erano coerenti con i propri punti di vista sul teatro, teorizzati in centinaia di articoli, libri ecc. Due grandi critici. Da lontano sento una voce: “Te l’avevo detto: il critico ha sempre ragione”. Diradato il fumo, del maestro non c’è più traccia. La stanza è vuota, così la bottiglia di Falerno.
Dovunque un gran vuoto.