Leopardi, “Pensieri” (XXIV)

Tanto è l’egoismo, e tanta l’invidia e l’odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo acquistar nome, non basta far cose lodevoli, ma bisogna lodarle, o trovare, che torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo, intonandole con gran voce negli orecchi del pubblico, per costringere le persone si’ mediante l’esempio, e si’ coll’ardire e colla perseveranza, a ripetere parte di quelle lodi. Spontaneamente non ispirare che facciano motto, per grandezza di valore che tu dimostri, per bellezza d’opera che tu facci. Mirano e tacciono eternamente; e, potendo, impediscono che altri non vegga. Chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dai bando alla modestia. Ancora in questa parte il mondo e’ simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla.

L’artigiano del teatro

di Carlo Franco

(articolo pubblicato su La Repubblica del 10 marzo 2013)

QUESTO è un viaggio nel mondo poco esplorato di Giuseppe Sollazzo allievo disciplinatissimo, anzi entusiasta, di Luigi Squarzina al Dams, l’università bolognese del teatro, ma anche tante altre cose: assistente alla regia di Roberto De Simone per 14 stagioni (Eden Teatro, Dedicato a Maria, L’histoire du soldat e altri successi), critico de Il Mattino dal 1985 all’89 e regista con mille interessi impegnato anche nel sociale e capace, nella scia delle performance messe in scena da Armando Punzo nel carcere di Volterra, di dare voce e dignità di attore ai pazienti dell’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi. E poi ancora due mestieri minori grazie ai quali, soprattutto all’inizio di una carriera tenacemente voluta nonostante l’opposizione dei genitori, riuscì a mettere d’accordo il pranzo con la cena in attesa di un ingaggio che tardava ad arrivare: claqueur, finché in sala servivano i professionisti dell’applauso, e suggeritore durante la belle èpoque della sceneggiata e qui gli capitò di assistere dalla “buca” l’esordiente Nino D’Angelo magro come un chiodo e imbottito di maglie di lana per sembrare più aitante, ma dotato di uno straordinario carisma istintivo.
Quanta roba nel curriculum di Giuseppe Sollazzo – anche la regia di opere liriche come il Don Pasquale, Arianna a Nasso e Medea – ma lui è un personaggio schivo e ama essere definito un professionista dello spettacolo che si è fatto da solo, mordendo le tavole, come usava nella migliore tradizione della scuola napoletana, e ha combattuto battaglie, in omaggio all’antica regola eduardiana secondo la quale gli esami non finiscono mai. E ancora non sono finiti.
Più sudore che onori, almeno all’inizio, è lui stesso ad ammetterlo: «Al Trianon ho lavorato in compagnia con Lino Crispo e Bianca Sollazzo, che non è mia parente, e per essere pagati dovevamo mettere in scena tre spettacoli al giorno. Lavoravamo dodici ore e ci riposavamo durante la proiezione di un film la cui visione era compresa nel prezzo del biglietto. Non mi sono mai tirato indietro perché mi considero un manovale del teatro, ma la pazienza è andata a farsi benedire, viviamo una crisi culturale prima ancora che economica e si fa sempre più fatica a far passare qualche proposta.
Ma non mi considero un perseguitato, anzi, quando mi prende lo sconforto, cerco di tirarmi su e penso alle mortificazioni che sono state riservate al maestro De Simone colpevole di non essere mai stato un megafono del potere. Mi ha dato molto, più di quanto io abbia dato a lui, e non mi rassegno alla sua uscita di scena, tappare la bocca a uno come lui è come chiudere una biblioteca ricchissima e affollata di lettori. In tanti hanno protestato per questa assurdità, penso a Riccardo Muti, a Irene Papas e a Vanessa Redgrave, ma gli appelli sono caduti nel vuoto».
Una sua uscita di sicurezza Giuseppe Sollazzo, persona sensibile oltre che regista raffinato, l’ha trovata scegliendo di vivere tra Napoli e Parigi: «A Napoli mi sto dannando l’anima per essere tenuto in considerazione, a Parigi (ri) scopro il teatro dei miei maestri, non solo Squarzina, ma Claudio Meldolesi, Romolo Valli, Oreste Lionello, Paolo Panelli e Bice Valori». Buone frequentazioni non c’è che dire e una storia che inizia dalla infanzia vissuta a Sant’Anna di Palazzo dove è nato ed è stato amorevolmente tirato su da mamma Giuseppina, una modista, e da papà Francesco, sarto finito come usava dire un tempo ma prima ancora boxeur di discreta levatura.
«Papà e mamma avevano altre idee per il mio futuro, ma io scelsi il teatro dopo aver letto Natale in casa Cupiello, uno dei pochi libri della modestissima biblioteca di famiglia». Una storia come tante altre nella Napoli che si leccava le ferite della guerra. «La nostra è una città ingrata, l’ultima delusione me l’ha data il sindaco De Magistris, io sono tra quelli che hanno creduto alla promessa di dare ossigeno alla cultura e alla creatività, ma, in realtà, non si è mossa una foglia». L’episodio che meglio di altri rende il senso di precarietà nel quale si dibatte il teatro è di qualche mese fa in occasione dell’allestimento di “Museo dell’utopia”, che Sollazzo, con una trovata geniale, ambientò nella Grotta di Seiano trasformando il monumento in un luogo teatrale di straordinaria suggestione. Lo spettacolo, inserito nel cartellone del Teatro Festival, andò bene, anche perché coinvolse gli spettatori liberi di scegliere uno dei percorsi all’interno delle tredici utopie presenti nel testo di Pietro Favari, ma è rimasto un unicum. Nonostante le promesse.
Giuseppe Sollazzo ha una sua idea per spiegare l’inerzia: «Nei nostri teatri, dice, si recita sempre lo stesso spettacolo e se tenti di fare qualcosa di nuovo la luce si spegne subito. Sono grato al Mercadante e a Luca De Fusco che mi hanno concesso di utilizzare la grotta di Seiano, ma chiusa quella porta ne ho aperto un’altra meno prestigiosa ma pur sempre stimolante perché ho scritto e diretto uno spettacolo tutto nuovo e tutto mio ambientandolo, grazie alla disponibilità della preside Luciana Mascia, nel cortile dell’istituto professionale Casanova, in via San Sebastiano». Un’altra provocazione, a cominciare dal titolo – Ciò che non ti uccide ti rende più forte – portata avanti con attori professionisti e studenti, replicando il format già sperimentato all’ospedale Leonardo Bianchi per un’altra pièce – “Senza trombe né tamburi”, cioè senza voce – nel quale era impossibile distinguere gli attori veri dai malati. «Nel cortile del Casanova – un istituto polivalente costruito, sul finire dell’Ottocento, con l’intento di favorire una integrazione umana e culturale tra gli artigiani che avevano bottega negli stessi spazi e gli studenti che avevano scelto di imparare un mestiere – ho messo in scena un altro pezzo del mio teatro clandestino e con lo stesso spirito ho scelto di dedicare uno splendido omaggio all’arte e all’ironia inimitabile di Pina Bausch, la grande coreografa scomparsa quattro anni fa. E mi accingo a nuove prove egualmente impegnative ad Avellino dove insegno teoria e tecnica dell’interpretazione scenica». In questa occasione a dare il via è stato è il direttore del Conservatorio, Carmine Santaniello, che ha accettato con entusiasmo il progetto di uno spettacolo al teatro Gesualdo dedicato a Giuseppe Verdi.
Il percorso artistico e professionale di Giuseppe Sollazzo – che per molti anni è stato il compagno di Rosalia Porcaro vivendo l’esperienza travolgente, ma come tutte le altre interrotta sul più bello, di Telegaribaldi – è rivelatrice degli affanni cui è costretto a Napoli un regista che non accetta compromessi: «Sono obbligato a percorrere strade tortuose, ma vado avanti, come tanti altri miei colleghi, perché lo spettacolo non deve fermarsi».
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CARLO FRANCO

Recensione del “Ragazzo di Trastevere” e risposta del Regista

Quella vita allo sbando in anticipo su Pasolini

di Enrico Fiore

(articolo pubblicato su Controscena il 18 febbraio 2015)

In fondo, la recensione di questo spettacolo – «Ragazzo di Trastevere», presentato nel Ridotto del Mercadante nell’ambito della rassegna «Storie naturali e strafottenti» dedicata alle opere di Giuseppe Patroni Griffi – l’ha già scritta l’adattatore del testo originale e regista, Giuseppe Sollazzo: non solo mette sulla prima pagina dell’adattamento la celebre fotografia con Totò e Ninetto Davoli tratta da «Uccellacci e uccellini», ma, soprattutto, nelle note di regia dice che quella di Patroni Griffi è «una scrittura che ha la forza di un linguaggio che parla della vita, senza essere il linguaggio della vita». E specifica che si tratta di «un linguaggio alto, letterario».
Il riferimento a Pasolini serve a sottolineare, giustamente, che Patroni Griffi affrontò con notevole anticipo (il racconto «Ragazzo di Trastevere» è del ’51) i temi portanti di «Ragazzi di vita» (1955) e «Una vita violenta» (1959): qui, infatti, si narra la vicenda di un Otello che strappa la giornata prostituendosi con ricchi omosessuali; mentre il discorso sul linguaggio chiama ancora una volta in causa un problema su cui sono costretto a tornare perché Luca De Fusco, in quanto ideatore della rassegna in questione, persiste nel tentativo, quasi sempre destinato al fallimento, di trasferire la letteratura sul palcoscenico.
Tanto per fare solo un esempio, vorrei che qualcuno mi spiegasse com’è possibile riprodurre a teatro l’atmosfera che, in «Ragazzo di Trastevere», determina il brano seguente: «Un rosa autunnale d’alba, li vide al porto, sulle banchine violette, battute da arcobaleni di nafta; il piroscafo grigio a chiazze mimetiche, illividiva, spandendo in echi lo squillare dei passi sulle lamiere». E com’è possibile, poi, anche soltanto evocare il silenzio, «ritrovato e non cercato», che avvicina Otello alla madre dinanzi al fratello più piccolo febbricitante per il tifo?
«Dovete attendere che passi la nottata», ha detto il medico di Patroni Griffi nell’eco di Eduardo. Ma, rispetto a suggestioni del genere, che solo la parola scritta è in grado d’innescare, l’adattamento di Sollazzo non può che ridursi alla distribuzione fra gl’interpreti in campo (Anna Ammirati, Davide Paciolla e Michele Costabile) di brani del testo originale, il cui attacco è invece affidato alla voce registrata di Mariano Rigillo.
Per il resto si accumulano, contraddittoriamente, i segni di uno straniamento ironico (vedi la pioggia fatta con l’innaffiatoio o il «chicchirichì» del gallo imitato da Otello o il Pinocchietto rosso che prende il posto nel letto del bambino malato) e quelli di un realismo spicciolo (vedi l’italiano parlato dai militari americani). Fino a un nudo maschile e a un rapporto orale fra uomini di cui, ovviamentre, in Patroni Griffi non c’è traccia.


Risposta del Regista Giuseppe Sollazzo

L’altra sera, dopo aver letto la stroncatura del cronista de “Il Mattino”, torno a casa triste e avvilito, con l’unica compagnia di una bottiglia di Falerno del Cav. Moio. Alla mia fidanzata dico di non fare domande e di tornarsene per un po’ dalla mamma. Voglio restare solo a meditare sui miei errori. Sulla possibilità di cambiare mestiere. Al secondo bicchiere di Falerno si materializza all’improvviso una nuvoletta di fumo. Dietro al fumo, un paio di occhiali spessi come fondi di bottiglia, dietro gli occhiali, gli occhi arzilli di Giuseppe Patroni Griffi che mi guardano divertiti. “Maestro!” esclamo con la bocca già impastata di Falerno. “Qua’ maestro! – Chiammeme Peppino! Nun me so’ fatto chiamma’ maestro in vita figurate mò, che stongo ccà”. Resto senza parole, e cerco di capire se sogno oppure no. “E poi pure tu te chiamme Peppino, no?” “Sì” balbetto, in verità tutti mi chiamano Peppe, qualcuno addirittura Giuseppe, ma mi guardo bene dal dirglielo. Intanto la sigaretta continua un andirivieni veloce dalla bocca di Giuseppe Patroni Griffi, dalla quale escono volute di fumo sempre più dense. “Ricordati una cosa – continua il maestro con quella sua voce di napoletano antico, arrocchita dal fumo – il critico, come il cliente, ha sempre ragione”. “Pure il critico in malafede? – gli rispondo immediato – il giornalista de “Il Mattino” è venuto a teatro con un pregiudizio: non condivide il progetto del direttore del Mercadante di portare la letteratura a teatro! ” Il maestro esplode in una risata fragorosa che fa svegliare di soprassalto Menelao, il mio gatto, che si gonfia d’un colpo come un istrice. “Non è possibile – continua senza smettere di ridere – che abbia potuto dire una cosa del genere. E cosa si deve portare in teatro se non la letteratura? Eschilo non lo ha fatto con Erodoto? E Shakespeare?”. Confortato dal vino e dalla risata del maestro, continuo: “Ma poi che significa? Si può criticare la casa di un architetto, ma non il fatto che la progetti! E poi non è una delle possibilità del teatro quella di contribuire alla diffusione delle idee, alla libera circolazione dei mondi visionari dei poeti? Le parole alate dei poeti hanno diritto di cittadinanza su tutti i palcoscenici del mondo! E allora Leopardi? Dante? – un’ affermazione del genere è roba dell’altro mondo!”, concludo in un crescendo rossiniano. “E’ roba di questo mondo!” mi corregge il maestro. “Scusate Maestro…” “Nun me chiammà Maestro t’aggio ritto! Me chiammo Peppino! E’ roba di questo mondo, pecchè io stongo ccà ncoppa…” “Va be’ ma io devo dire roba dell’altro mondo perché io sto ancora qua..” “Per adesso…tutte quante ccà avite venì!”. Non visto eseguo freneticamente tutti i rituali scaramantici previsti in casi del genere. Il maestro, cioè Peppino, continua con tono zen: “Tutto ciò che succedde laggiù è roba di questo mondo”. Annuisco facendo finta di capire e continuo la mia arringa, felice di aver trovato un’ombra illustre con cui sfogarmi. “Poi ha scritto che il mio adattamento si riduce alla distribuzione fra gl’interpreti del brano originale! Capite Peppino? L’adattamento scenico è una faccenda privata mia e degli attori! Certo che ho distribuito i brani del racconto originale, cosa avrei dovuto distribuire le battute di Siani? Dei baci perugina? Ma poi non si può giudicare un adattamento scenico! E’ come giudicare un film leggendo la sceneggiatura! Vi pare? Non dice nulla dei costumi delle luci delle scene delle musiche! Il teatro non si rivela solo attraverso il testo ma con tutta una serie di linguaggi che un critico lucido dovrebbe raccontare, invece questo capoclasse non è mai entrato nel merito dello spettacolo…” Nonostante l’ora tarda, nu pianoforte sona luntamente… Il maestro sussurra: “M’abballo chistu tango e po’ me sparo”. Continuo imperterrito: “…. Ha criticato l’italiano parlato dai militari americani, è vero, lo confesso, questo lo potevo evitare! Ma l’attrice è così contenta di recitarlo, e poi è così deliziosa quando parla con quel finto accento italo-americano. E comunque stiamo parlando di un dialogo di tre minuti tre! Su 75 minuti di spettacolo! E’ un giornalista che ha cercato il pelo nell’uovo!”. Ancora il maestro: “E come quel tipo che guarda la piuma storta sul cappello di Amleto mentre questi recita essere o non essere! M’abballo chistu tango e po’ me sparo, Sì, aggio fatto ‘a zoccola ma sempe c’’a gente per bene…”. “Sapete come conclude il suo pezzo?” Il maestro è ormai una nuvola di fumo parlante: “Nu Milanese fa na cosa? Embe’ tutta Milano: – Evviva ‘o Milanese! E ‘e trombe ‘e ll’ate squillano: “Tetèee!” Riconosco la citazione ma non dico che si tratta di Campanilismo di Viviani, l’ultima cosa che voglio è rischiare di passare anch’io per un primo della classe… Scusate Peppino ma qua devo citare con le virgolette: “… fino a un nudo maschile e a un rapporto orale fra uomini di cui, ovviamente, in Patroni Griffi non c’è traccia.” Dietro le lenti gli occhi del maestro ridono: “Quanta juoche, ma quanti facimmo int’’a stu lietto.” “Maestro vi ricordate che il nudo maschile e il coito orale nel racconto ci sono?” “Ma tu che buo’ a me a chest’ora? M’abballo chistu tango e po’ me sparo”. “Guardate maestro – prendo il racconto e lo apro a pagina 90 – all’ottavo rigo partendo dall’alto si legge: ‘Fiocca si drizzò appoggiandosi ai cuscini e rimase nudo sino alla cintola’ e più avanti sempre a pag. 90 al quintultimo rigo: ‘Non parlarono più. Fiocca gli sganciò quanti bottoni aveva. Otello, semivestito, se ne stava come un baccello aperto con i frutti in mostra, sdraiato, le mani incrociate sotto il capo, gli occhi rivolti al soffitto, indifferenti… Fiocca si dibatteva ridicolmente contro una porta chiusa. – e più avanti ancora: ‘Fiocca si rivoltò nudo e sbavato, simile a una lumaca, con occhi iniettati di sangue’. “Quindi come vedete o si tratta di malafede o di superficialità!” – esclamo vittorioso come James Stewart nel film di Otto Preminger, quando davanti alla corte porta la prova decisiva che salva l’imputato dalla pena di morte. Dal fumo emerge una voce: “..’e cammurristi, ‘e stuppoli nun l’aggio potuti abbere’”.
Ormai stremato racconto a me stesso un ricordo degli anni ottanta, quando due grandi critici come Ugo Volli e Roberto de Monticelli, recensirono uno Shakespeare presentato dal Collettivo di Parma: Volli su Repubblica esaltò la regia, de Monticelli sul ‘Corriere’ la stroncò. Entrambi avevano ragione. Perché i loro articoli erano coerenti con i propri punti di vista sul teatro, teorizzati in centinaia di articoli, libri ecc. Due grandi critici. Da lontano sento una voce: “Te l’avevo detto: il critico ha sempre ragione”. Diradato il fumo, del maestro non c’è più traccia. La stanza è vuota, così la bottiglia di Falerno.
Dovunque un gran vuoto.

Storie naturali e strafottenti: Ragazzo di trastevere

dalle opere di Giuseppe Patroni Griffi

da giovedì 12 a domenica 22 febbraio 2015
Teatro Mercadante Napoli

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drammaturgia e regia Giuseppe Sollazzo
con Anna Ammirati, Michele Costabile, Davide Paciolla

scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
registrazioni audio video Alessandro Papa
voce registrata Mariano Rigillo
foto di scena Laura Micciarelli

produzione Teatro Stabile di Napoli

I personaggi di Peppino Patroni Griffi non sono fatti della stessa sostanza dei sogni. Otello – protagonista di “Ragazzo di Trastevere” – non vuole farsi piovere in testa. Nello stanzino in cui dorme non ha neanche lo spazio per girare intorno al letto e la pioggia attraversa il tetto, nonostante la pece. Così, in cerca di aria e di luce, il giovane trasteverino si arruola volontario per l’Africa. E il suo apprendistato alla vita comincia nel peggiore dei modi: con la scoperta dell’orrore della guerra. E’ un girotondo di ultimi quello che ci presenta l’autore de Il mio cuore è nel sud, una giostra di tipi impegnati ognuno nella propria personale battaglia contro solitudini e miserie. Le avventure di Otello si dipanano in un mondo non ancora “mcdonaldizzato”, dove i bisogni sono quelli primari e l’altalena di brutalità e tenerezze, di desideri soddisfatti e di speranze deluse, Patroni Griffi le racconta con una prosa ricca e varia che – come ricorda Borges – si rivela come la forma più difficile della poesia.
Patroni Griffi fa con le parole quello che Picasso ha fatto con il volto umano: spostando gli occhi e i nasi dove non dovrebbero stare costringe a guardarli meglio; così, nel Ragazzo di Trastevere , le parole non sembrano imbalsamate dall’uso, sono le parole di sempre ma con l’abito della domenica. Una scrittura che ha la forza di un linguaggio che parla della vita, senza essere il linguaggio della vita. Un linguaggio alto, letterario, con il quale l’autore ci racconta le vicende di personaggi – come scriveva Moravia – “dalla vita semplice fino al mistero”. Otello è un anti-eroe dei nostri tempi, troppo povero per permettersi una morale, ma tanto spavaldo da battere i pugni sul tavolo del destino per chiedere la propria parte di felicità. In fondo è un uomo come tanti, verrebbe da dire come tutti: con la paura della morte e bisognoso d’amore.